01/12/2016

All’interno di un istituto come quello della mediazione sono tantissimi i “distinguo” che occorre portare a termine per avere chiaro il quadro della situazione. Innanzitutto, una prima macro-distinzione va effettuata per quanto riguarda, da un lato, la mediazione civile e commerciale, e dall’altro, le mediazioni che maggiormente hanno a che fare con le problematiche personali, come la Mediazione familiare, coniugale, scolastica, e così via. All’interno di questo secondo gruppo (ma il discorso, per certi versi, può essere valido anche per un mediatore civile) si evidenzia poi il rapporto tra la pratica della mediazione e le più ampie prospettive sociali sulla risoluzione dei conflitti.

In questo senso è molto importante capire che cosa è il conflict management, cioè la gestione dei conflitti, che se ben appreso può migliorare notevolmente l’esercizio della mediazione. Alla base di un conflitto, si sa, ci possono essere dei cambiamenti in atto, la fine di una relazione coniugale (una separazione, un divorzio), ma anche rapporti professionali non soddisfacenti. Un conflict manager è colui che sa riconoscere tali situazioni ed affrontarle, stimolando un atteggiamento positivo e reattivo: doti fondamentali anche per un mediatore. Come il mediatore, chi si occupa esclusivamente della gestione del conflitto sa operare differenze tra conflitti e contrasti, sa ricercare le nuove opportunità che si celano dietro i conflitti, e li previene e li gestisce.

Mentre però un mediatore potrà anche essere un conflict manager quest’ultimo non diventa automaticamente mediatore, a meno di non seguire un percorso di formazione specifico. Ad ogni modo, entrambe le figure professionali hanno a cuore il riconoscere immediatamente la situazione di conflitto ed operare per trasformarlo, attraverso la coltivazione di relazioni personali che puntano sulla cooperazione e la fiducia reciproca.

A cura dell'addetto stampa Giustizia Mite, dott.ssa Jenny Giordano