28/09/2017

Per gestire il conflitto, o meglio, attraversarlo, non è sufficiente avere cognizioni tecnico-giuridiche. Le competenze utili nella gestione del conflitto incominciano a formarsi, già in famiglia e nell’età scolare, quindi si tratta di andare a rafforzare delle competenze trasversali utili per eliminare alcune tendenze disfunzionali quali la suscettibilità e rabbia.

Presumere di gestire il conflitto con le sole norme giuridiche, che tendono a codificare ed irrigidire rischia di essere controproducente perché impedisce al mediatore di andare a lavorare sui reali interessi delle parti che sono sottesi al “rumore” delle posizioni. Questa riflessione lascia aperta la questione su come indirizzare la formazione in genere ed anche quella universitaria che andrà a plasmare le future classi dirigenziali.

In quest’ultimo contesto si dovranno formare professionisti consapevoli delle capacità e competenze necessarie per poi diventare mediatori. Oggi il giurista italiano viene formato a un’attitudine avversariale, sicuramente preziosa nel contesto processuale che vede emergere in primis la difesa del cliente e quindi si dovrà attuare la migliore strategia per convincere un terzo che giudica, ma questa visione è limitata solo ad uno dei possibili aspetti di come affrontare il conflitto. E’ auspicabile, anzi necessario un ampliamento della formazione verso una competenza trasversale che insegni all’avvocato come comportarsi in un tavolo negoziale per tutelare al meglio gli interessi, in senso ampio, del cliente che potrebbe affidargli in futuro una controversia anche solo potenziale e non solo quella dove questa è già sorta. Questa nuova formazione, non potrà che arricchire il bagaglio del professionista e quindi implementare il proprio mercato, eccessivamente ancorato al contenzioso giudiziale, che in molti casi si dimostra tutt’altro che redditizio sia sotto il profilo economico che temporale.

A cura del responsabile scientifico Concilia Lex S.p.A., avvocato Pietro Elia