29/11/2017

Il conflitto è una vicenda umana che può dar luogo ad esperienze laceranti e di solitudine. Le questioni che pone toccano la vicenda sociale nella sua interezza: non sono questioni di qualcuno, legate allo status culturale, economico, ambientale, ma sono questioni di ciascuno, espressive di disagio, d’inquietudine, di sofferenza.

Se è più che evidente che sono inapplicabili soluzioni di tipo sanitario o assistenziale, accade anche che sfuggono alla giustizia le possibilità di occuparsi del conflitto nella sua interezza, a partire, cioè, dai soggetti confliggenti. In genere, la giustizia allontana le parti dal fatto conflittuale che le riguarda o riduce la soddisfazione del conflitto all’auspicio di una punizione.

Altro è incontrare i confliggenti, prendendoli in carico entrambi per restituire loro la responsabilità in ordine allo scontro che li oppone, cioè, per offrire ad essi un’opportunità di gestione accompagnata del loro litigio. Questa pratica di regolazione del conflitto che chiama il terzo ad una posizione di neutralità, rappresenta un nuovo modo di regolazione sociale: il paradigma non è più la lite, la contesa, ma l’accoglienza dei contendenti tesa a favorire il tentativo di riprendere il dialogo interrotto o a crearne uno nuovo.

Lo sviluppo d’esperienze di mediazione in vari ambiti: familiare, scolastico, lavorativo ci sta mostrando una nuova via per rispondere al bisogno diffuso di sicurezza. Per un verso muove energie comunitarie di base, capaci di dare qualità sociale al territorio anche nelle condizioni di suo maggior degrado e marginalità.

A cura del responsabile scientifico di Concilia Lex S.p.A., avvocato Pietro Elia