07/11/2017

Se la giustizia è un sentimento o una virtù innata nei singoli individui, quest’ultima può essere perseguita anche dalle parti secondo la loro autonomia decisionale, a patto che il conflitto venga gestito dalle stesse parti e dai professionisti con alcune garanzie: in modo collaborativo ed equo, con attenzione ai valori ed agli interessi. Si tratta dell’impostazione di John Rawls, secondo cui non necessariamente la giustizia deve essere attuata dallo Stato e amministrata dal potere pubblico.

Ciò perché non sussiste più quella necessità, che era alla base dei codici ottocenteschi e del sistema processuale, di tutelare la posizione di un singolo individuo contro l’altro. Peraltro uno dei fini della mediazione e degli strumenti A.D.R. è di arrivare a un accordo, a un contratto che costituisce lo strumento principale ed antico di regolazione degli interessi dei privati, che come noto “ha forza di legge tra le parti” (art. 1372 c.c.).

Quindi, sotto il punto di vista del risultato non vi è nulla di nuovo, ciò che cambia è solo la modalità con cui si arriva a un accordo, ossia a seguito di una procedura di mediazione o di altri strumenti alternativi alla giurisdizione. Pertanto, il professionista che assiste la parte in mediazione si colloca nel contesto culturale descritto, ove con le nuove competenze acquisite (o quando le acquisirà) ed il nuovo ruolo assunto, contribuisce egli stesso a perseguire la giustizia.

A cura del responsabile scientifico Concilia Lex S.p.A., avvocato Pietro Elia