20/12/2016

Chi lavora a stretto contatto con le persone (come psicoterapeuti, medici, assistenti sociali, ma anche avvocati e mediatori) sa perfettamente che non basta limitarsi ad una visione superficiale dei contesti, ma occorre tenere in gran un parametro speciale: quello della resilienza. Questo capita soprattutto quando si ha a che fare con coloro che hanno subìto dei traumi (ad esempio vittime di abusi e maltrattamenti, figli di genitori separati in malo modo).

Ma cosa significa “resilienza”? Tale concetto in questi ultimi anni ha affiancato al suo significato prettamente scientifico (lo si usa in biologia, in informatica, in medicina, in ingegneria) un uso consueto all’interno del linguaggio comune, indicando la capacità di un individuo di adattarsi alle circostanze e resistere agli eventi avversi senza spezzarsi. Addirittura dalle scienze viene talvolta mutuato il significato di auto-rigenerazione (con “resilienza” in area medico-geriatrica si indica proprio tale caratteristica). In un contesto di mediazione familiare, e di approccio con difficoltà emotive, la resilienza va interpretata proprio come la capacità di far fronte agli ostacoli in maniera costruttiva, e di porre uno sguardo al cambiamento che sia non pauroso e in stato d’animo di minaccia, ma di apertura verso delle nuove opportunità.

Si sa che durante lo svolgimento dell’iter di una Mediazione familiare molto spazio detengono le dinamiche di relazione di una coppia e molto spesso, soprattutto i mediatori coniugali, hanno a che fare con quella che è la resilienza di coppia. In quest’ultima la caratteristica principale è proprio quella di fronteggiare i cambiamenti della coppia (compresi quelli negativi come separazioni e divorzi) con atteggiamento propositivo e flessibile. Talvolta però capita che nessuno dei due componenti della coppia sappia di possedere capacità resilienti. Ed è qui che entra in gioco la figura del mediatore familiare o coniugale.

Permettendo ai componenti di una coppia di leggere i loro comportamenti in una luce completamente nuova, il mediatore consente una riorganizzazione delle dinamiche relazionali, facendo anche sì che persone che non si percepivano come forti e resilienti scoprissero di esserlo proprio grazie ad una mediazione. E questo è uno dei più grandi risultati che un mediatore familiare o coniugale possa raggiungere. L’empatia emotiva di un mediatore, dunque, sebbene non risulti necessaria alla buona riuscita tecnica di una mediazione, costituisce un plus che fa la differenza.

A cura dell'addetto stampa Giustizia Mite, dott.ssa Jenny Giordano