08/08/2017

In fatto di mediazione culturale le statistiche continuano a stimare il numero dei mediatori formati molto più alto rispetto a coloro che poi sono occupati effettivamente in tale professione. In realtà per ottenere cifre attendibili bisogna incrociare i dati della Prefettura, della Caritas e dell’Ires. Oggi come oggi, ad esempio, si mostrano davvero utili i mediatori culturali che facciano fronte all’accoglienza per i migranti, sempre più numerosi nel nostro Paese, il cui arrivo si è trasformato in una vera e propria emergenza.

Ma qual è la carta d’identità di un mediatore culturale? Il principale compito del mediatore, in questi casi, è quello di conoscere molto bene i servizi che la città, o il luogo in cui si opera, offre. Casa, lavoro, servizi sociali, sanitari, avvocati, difensori d’ufficio, magistrati, questura, scuola. Dovrà poi offrire consulenze a singoli utenti o gruppi di immigrati, per aiutarli ad integrarsi nella vita del Paese che li ospita.

Ovviamente il primo problema è la lingua: bisogna tradurre documenti e comunicazioni. Il punto focale di questa prima fase è inserire la persona in un contesto di legalità: avere il permesso di soggiorno. Talvolta ci si trova poi davanti a situazioni di sofferenza, che è necessario saper gestire con concretezza. Ma il plus di questa figura è che, conoscendo la cultura dell’immigrato, ne capirà i bisogni non espressi. Quello che perciò diventa cruciale nella mediazione culturale, che potrà servire a distinguere un dilettante da un professionista, è la formazione specifica e mirata.

ll Corso di alta formazione in mediazione religiosa-culturale dell’associazione Giustizia Mite (presto saranno pronte le nuove date per l’autunno 2017) ha come obiettivo quello di formare una figura professionale, professionista della comunicazione interpersonale, che si comporti da ponte tra civiltà diverse in grado di acquisire competenze per interagire in modo efficace e facilitare con gli immigrati e i membri delle minoranze etniche nell’accedere anche ai servizi pubblici. Il corso è rivolto in generale a diplomati, laureati, insegnanti. Si formerà, dunque, una figura professionale richiesta soprattutto in contesti come quelli delle istituzioni educative (scuole, associazioni); quelli sanitari come gli ospedali e i servizi sociali; quelli giudiziari come gli istituti di pena e i tribunali. Fondamentale, infine, il suo ruolo proprio nelle emergenze dell’accoglienza dell’immigrazione, comprese quelle che riguardano i minori non accompagnati.

A cura dell'addetto stampa Giustizia Mite dott.ssa Jenny Giordano