02/02/2015

Le prime iniziative in materia di mediazione penale minorile sono state avviate a Torino nel 1995 ed hanno poi interessato numerose altre sedi quali Milano, Bari e Trento. Il panorama italiano in tema di Mediazione penale minorile presenta caratteristiche tipiche delle fasi iniziali di sperimentazione, forse per carenza di cultura giuridico sociale da un lato, dall’ altro per un impostazione ideologica diffusa che vede nella punizione e nel sistema retributivo un efficace e garante strumento di difesa sociale e che fa fatica ad assorbire il concetto di riorganizzazione autore/vittima.
Le norme processuali in Italia, almeno apparentemente, non sembrano fornire spazi applicativi agli interventi di mediazione, tuttavia, il legislatore offre possibilità di azione in tal senso sia nel rito minorile che in quello ordinario.
La mediazione penale permette alla vittima, di esprimere in un contesto protetto, il proprio vissuto personale rispetto all’ offesa subita, di uscire da un ruolo passivo dando voce e visibilità alla propria identità personale; al minore, una responsabilizzazione sul danno causato e sulle possibilità di riparazione. Ragion per cui la mediazione penale si connota di una valenza educativa e sociale, in quanto la ricomposizione del conflitto autore/vittima volge al beneficio sia dell’ individuo che dell’ intera comunità.
L’ intervento della mediazione consiste: da un lato nel concetto di partecipazione attiva del reo al processo di cambiamento, attraverso una rielaborazione del proprio comportamento, dall’ altro opera la separazione tra autore del reato e la vittima, ridefinendo il conflitto tra le parti in termini di riorganizzazione relazionale.
Il mediatore ha il compito di far incontrare la vittima e il reo: da un lato facendo leva sul senso di responsabilità dell’ autore del reato; dall’ altro sull’ autostima della vittima e sulla possibilità di vedersi risarcito il danno materiale, psicologico e morale subito.

A cura dell' Addetto Stampa Giustizia Mite