09/08/2016

Se all’interno di una coppia che detiene un rapporto stabile si verificano episodi di violenza, si può parlare di reato di maltrattamenti in famiglia anche qualora la convivenza fosse saltuaria, e quindi interrotta per alcuni periodi. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con una sentenza del 16 maggio scorso. In pratica il reato di maltrattamenti familiari viene integrato in caso di coabitazione, anche se interrotta per alcuni periodi. La sentenza è arrivata a seguito del ricorso di un imputato contro un’ordinanza del Tribunale di Palermo che lo aveva condannato agli arresti domiciliari per il reato di maltrattamenti aggravati contro la convivente. Il ricorso, come ben si capisce, viene alla fine rigettato (confermando le decisioni del Tribunale di Palermo) e l’uomo condannato al pagamento delle spese processuali

Ecco cosa era accaduto: la persona imputata e la sua convivente vivevano insieme per alcuni periodi di tempo, che però venivano interrotti quando la condotta dell’uomo verso la compagna diventava talmente violenta da far allontanare la donna. Quest’ultima poi comunque ritornava presso l’abitazione che i due condividevano fino al successivo episodio di maltrattamenti. Ciò però non impediva progetti comuni tra i due, tanto da determinare l’avvio di una gravidanza desiderata.

Basandosi su questi dati i Giudici di Cassazione hanno innanzitutto preso in considerazione il concetto di famiglia in ambito penalistico, anche alla luce dei cambiamenti sociali di questi ultimi anni. Si sono poi concentrati sull’art. 572 c.p. (dopo la novella della L. 172/2012) e sulla dicitura al suo interno “comunque convivente”: in questo modo per convivenza si intende […]”una situazione di materiale coabitazione tra due persone, accompagnata da un rapporto personale stabile sulla base del quale siano sorti legami di reciproca assistenza […]”. Se ne deduceva, quindi, che tra l’imputato e la parte offesa, esisteva effettivamente un rapporto di convivenza, che non cambiava assolutamente il suo status in virtù di sue temporanee interruzioni.

La Corte Suprema, comunque, stabilisce che in ogni caso non veniva meno il reato in questione (di cui all’art. 572 c.p.), per cui concorda in tutto con la decisione presa precedentemente dal Tribunale di Palermo, aggiungendo, in più, il pagamento delle spese processuali.

A cura dell'addetto stampa Giustizia Mite, dott.ssa Jenny Giordano