31/01/2017

Novità per quanto riguarda i provvedimenti sulla violenza di genere in Italia: lo scorso 18 gennaio si è costituita una commissione d’inchiesta, con venti senatori, che studierà proprio questo fenomeno, con un occhio speciale al femminicidio. Lo scopo è quello di condurre il Parlamento a varare leggi più specifiche per arginare quella che purtroppo sembra trasformarsi in una piaga sociale. Tale commissione parlamentare si occuperà anche di vigilare sull’attuazione della Convenzione di Istanbul stipulata sei anni fa, nel 2011 e su comportamenti ricorrenti in tale contesto nel nostro Paese.

Ricordiamo che, purtroppo, il femminicidio costituisce la prima causa di morte nelle donne sotto i 44 anni (OMS, 2002), mentre sempre l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2013 ha rilevato che il 35% delle donne nel mondo ha subìto un episodio di violenza almeno una volta nella vita. Come si pone la Mediazione familiare in tale contesto?

Innanzitutto dobbiamo dire che il Codice Civile prevede questo tipo di istituto come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere. L’art. 342 bis, ad esempio, prevede che “quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente” vengano disposte delle precauzioni di tipo cautelativo, come l’allontanamento dalla casa. Il Giudice può inoltre indicare la frequentazione di un centro di mediazione familiare e nel frattempo imporre a chi ha commesso violenza di pagare un assegno di mantenimento/risarcimento per la vittima.

I problemi sorgono quando invece si va a leggere la suddetta Convenzione di Istanbul del 2011, la quale prescrive come “Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”. Perché la mediazione familiare viene qui vista come addirittura dannosa in caso di violenza di genere? In pratica si partirebbe dall’assunto che la violenza non sia mediabile e che la mediazione rischierebbe di depotenziare l’azione giuridica. Non resta, dunque, che aspettare i risultati dei lavori della Commissione, attesi per il prossimo anno.

A cura dell'addetto stampa Giustizia Mite, dott.ssa Jenny Giordano