05/11/2013

La sentenza n. 23236/2013 depositata in data 14 ottobre, stabilita dalla Suprema Corte di Cassazione, stabilisce che, in caso di separazione particolarmente conflittuale, situazione in cui i coniugi hanno avuto un atteggiamento volto, addirittura, a screditare l’immagine dell’altro agli occhi dei figli, non può assolutamente essere messo alla base di una pronuncia di addebito nei confronti di uno di loro. In tal senso, infatti, la Cassazione si pronuncia come segue: “L’atteggiamento squalificante dell’altro genitore agli occhi dei figli viene ascritto ad entrambi i coniugi”.

Alla base di questa decisione viene posto, dunque, un comportamento in principal modo violento nei confronti dell’altro coniuge e, soprattutto, dei figli stessi. Così come, ovviamente, le relazioni extraconiugali sono gravi in egual modo. Con questa sentenza, dunque, la dichiarazione di addebito consiste in un comportamento posto in essere da un coniuge sposato, opposto agli obblighi che scaturiscono dall’unione matrimoniale (stiamo parlando, neanche a dirlo, del ben noto dovere di fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione e contribuzione nell’interesse della famiglia).

Nel caso in cui, uno dei coniugi, durante la convivenza matrimoniale, venisse meno au suddetti doveri del matrimonio, verrebbe meno anche l’affectio coniugalis.
Appare superfluo affermare quanto possa essere importante, in tal senso, la figura di un mediatore familiare. In tal senso, infatti, Giustizia Mite si batte affinchè questo ruolo possa crescere d’importanza all’interno della società civile.
Giustizia Mite è in grado di fornire alle coppie in crisi tutto il supporto necessario per consentire il proseguo del rapporto o, a mali estremi, una separazione serena, tranquilla, senza strascichi violenti e lenitivi per i figli, tanto quanto per la coppia stessa. La Mediazione familiare, ormai, è l’unica scelta possibile per chi intende ristabilire un rapporto che, al momento, appare completamente compromesso.

A cura di Vinicio Marchetti, Addetto Stampa GIUSTIZIA MITE